Donne costruttrici di pace. La missione di giustizia sociale della Clinica Legale Federiciana: azioni a supporto di comunità marginalizzate. 

 

L’11 marzo 2026, presso l’Aula Pessina del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, si è svolto il seminario “Donne costruttrici di pace – Una rete per trasformare il mondo”, promosso nell’ambito delle iniziative dedicate al ruolo delle donne nei processi di costruzione della pace e di promozione della giustizia sociale.

L’incontro è stato introdotto dalla prof.ssa Carla Masi Doria, Direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza, e moderato dalla prof.ssa Francesca Galgano, Presidente del Comitato Pari Opportunità del Dipartimento.

Tra gli interventi in programma, la prof.ssa Flora Di Donato, responsabile della Clinica legale federiciana, ha presentato una relazione dal titolo “La missione di giustizia sociale della clinica legale federiciana: azioni a supporto di comunità marginalizzate”, illustrando il lavoro svolto dalla clinica nel dialogo con le realtà sociali del territorio e nel supporto alle persone in condizioni di vulnerabilità.

Nel suo intervento, la professoressa ha richiamato il paradigma del costruttivismo sociale, sottolineando come la costruzione della pace passi attraverso la creazione di legami, la promozione della coesione sociale e il lavoro condiviso tra istituzioni, università e società civile. In questa prospettiva, la Clinica legale federiciana si configura come uno spazio di collaborazione con diverse realtà del territorio, tra cui la Comunità di Sant’Egidio, l’Arciconfraternita dei Pellegrini, la Diocesi di Napoli, nonché numerose organizzazioni del terzo settore impegnate nel supporto a migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Particolare attenzione è stata dedicata alle attività della Statelessness Legal Clinic, istituita nel 2021 su iniziativa dell’UNHCR, che opera per la tutela dei diritti delle persone apolidi o a rischio di apolidia. Attraverso il lavoro congiunto di docenti, avvocati e studenti, la clinica svolge attività di assistenza legale pro bono e promuove percorsi di empowerment per persone che vivono in condizioni di marginalità sociale e giuridica. Nel corso dell’intervento è stata inoltre richiamata l’esperienza di Milena, la prima persona ad aver ottenuto il riconoscimento dello status di apolide grazie al supporto della clinica. Dopo oltre venticinque anni trascorsi in una condizione di invisibilità giuridica, il riconoscimento dello status ha rappresentato per lei non solo un risultato legale, ma un cambiamento radicale nella propria vita, restituendole la possibilità di esercitare diritti fondamentali e di progettare il proprio futuro. In questo quadro si colloca anche la dimensione della didattica impegnata che caratterizza l’esperienza della Clinica legale federiciana. L’attività clinica, infatti, non si esaurisce nell’apprendimento tecnico del diritto, ma si fonda su un modello formativo che porta studenti e studentesse fuori dalle aule universitarie, nei luoghi in cui le violazioni dei diritti si manifestano concretamente, per osservare, ascoltare e costruire risposte giuridiche insieme alle persone direttamente coinvolte. In tale prospettiva si inserisce la collaborazione con l’Associazione 21 luglio e con i suoi operatori sociali, che ha consentito alla Statelessness Legal Clinic di svolgere un lavoro costante di presenza sul campo nell’insediamento rom di Giugliano, intrecciando assistenza legale, ascolto, mediazione e ricerca empirica. Proprio questo dialogo continuo tra sapere giuridico, intervento sociale e partecipazione diretta delle comunità rappresenta uno degli aspetti più significativi della missione di giustizia sociale della clinica.

Successivamente, la parola è stata affidata a tre studentesse e borsiste della Statelessness Legal Clinic — Cristina Brando, Kim Bertorello e Francesca Trombetti D’Orta — che hanno presentato una riflessione sulla condizione delle donne all’interno dell’insediamento rom di Via Carrafiello a Giugliano, dove da circa un anno svolgono attività di ricerca e lawyering in collaborazione con l’Associazione 21 luglio. L’intervento ha illustrato i risultati delle attività di ricerca e di assistenza legale svolte sul campo, evidenziando le condizioni di marginalizzazione multidimensionale in cui vivono le circa 550 persone residenti nell’insediamento, tra cui oltre 300 minori. Le studentesse hanno posto particolare attenzione alla condizione delle donne e delle bambine, analizzando fenomeni come la dispersione scolastica, i matrimoni precoci, la maternità in età adolescenziale e il forte isolamento sociale che caratterizza la vita all’interno dell’insediamento. Allo stesso tempo, è emerso come le donne assumano spesso un ruolo centrale di mediazione tra la comunità e il mondo esterno, diventando interlocutrici privilegiate nei rapporti con operatori sociali, istituzioni e realtà associative. A partire da queste osservazioni, le relatrici hanno proposto una riflessione sul significato dell’espressione “donne costruttrici di pace”. Le donne incontrate nel corso delle attività della clinica possono essere considerate portatrici di pace nella misura in cui svolgono quotidianamente un ruolo di mediazione e di cura all’interno delle loro comunità. Tuttavia, si tratta spesso di una pace che nasce da condizioni di responsabilità imposte da contesti di marginalizzazione economica, esclusione istituzionale e disuguaglianze di genere. Il lavoro della clinica si inserisce proprio in questo contesto con l’obiettivo di promuovere percorsi di empowerment, offrendo tutela legale e creando spazi di ascolto e partecipazione, come dimostrato anche dal tavolo istituzionale del 24 febbraio 2026, dedicato alle donne e ai minori dell’insediamento. L’intervento si è concluso con una riflessione critica anche sul lavoro della clinica stessa: negli ultimi anni la maggioranza dei borsisti coinvolti nelle attività è costituita da studentesse, dato che ha stimolato una riflessione sul fatto che il lavoro di cura, ascolto e mediazione continui ad essere percepito come prevalentemente femminile. Per questo motivo, le relatrici hanno rivolto un invito ai colleghi e alla comunità accademica a riconoscere queste competenze come qualità umane e professionali condivise, affinché la costruzione della pace e la promozione della giustizia sociale diventino un impegno collettivo.